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Quarantadue parole

Approssimazione alla felicità
A workshop on work

 Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono.

Quarantadue parole, due segni d’interpunzione, un apostrofo, una parentesi: nessun elemento è di troppo in questa frase di Primo Levi, tratta da La chiave a stella: un ciclo di racconti il cui eroe (nel senso che la parola ha in inglese: hero, protagonista) è Libertino Faussone: origine piemontese, sui trentacinque anni, tecnico specializzato in montaggi di impianti complessi che lo reclamano in ogni regione del mondo, dall’Alaska alla Calabria, dall’India alla Russia sovietica alla Malesia.

Pubblicato nel 1978, La chiave a stella è il libro dove Primo Levi ci racconta in che cosa crede, e dove ci mostra qualcosa in cui potremo credere anche noi che lo leggiamo. Sarà la nostra guida in questo workshop di due giornate, dedicato al lavoro e ai linguaggi del lavoro. Dato che non vuole barare, Levi scrive «approssimazione concreta alla felicità»: perché la felicità che si può raggiungere con l’amore verso il proprio lavoro non è completa né eterna: eppure, la si può toccare con mano come se fosse un oggetto, un prodotto – e, perlomeno in questo mondo, non esiste di meglio.

Due affermazioni ancora nelle quarantadue parole di Levi («l’amare» vale per due, è anche quello un oggetto tangibile): l’amare il proprio lavoro è privilegio di pochi, così come sono in pochi a sapere che è una condizione di felicità senza confronto. È uno status, diremmo noi abituati al linguaggio della sociologia e del marketing: e usiamolo pure, questo linguaggio che ci viene naturale, entriamo pure in questo workshop con l’idea che si tratti di una due-giorni dedicata per l’appunto allo status, a come migliorare la nostra posizione. Facciamo pure, ma teniamoci pronti a lasciarci contagiare dal linguaggio di Levi che è un linguaggio tecnico e letterario nello stesso tempo.

Il senso di questo workshop, in definitiva? Affronteremo il lavoro: il nostro lavoro; quelli altrui; quelli che vorremmo fare o aver fatto; quelli che amiamo o detestiamo; quelli che non faremmo mai e poi mai; quelli di cui sappiamo tutto, o ci illudiamo di sapere tutto, e quelli di cui non capiamo nemmeno l’oggetto, lo scopo; quelli che abbiamo sognato o che sono diventati per noi un incubo; quelli che ci hanno incatenati o incantati (c’è anagramma, con scarto di una e); quelli che ci incuriosiscono, e quelli che non avremmo mai pensato ci potessero interessare. Affronteremo il lavoro attraverso i suoi linguaggi, anzi, sarà meglio dirlo apertamente: lo affronteremo attraverso la letteratura.

Parleremo del lavoro per mezzo di opere letterarie che hanno parlato, e nei modi più diversi, di lavoro. Attenzione, però – e non è un disclaimer, è una mia convinzione, un metodo di lavoro: non parleremo di letteratura ma parleremo con la letteratura perché la letteratura è lo strumento più potente per conoscere la realtà: e ce ne accorgeremo durante il nostro workshop, se pure non dovessimo crederci in partenza. (Anche la letteratura, proprio come la felicità trovata dentro il lavoro, è per pochi; noi ci aggiungeremo a quei pochi, nel caso che ancora non ne facciamo parte).

Useremo al massimo della loro forza i linguaggi che hanno descritto e narrato il lavoro. Conoscerli significherà conoscere meglio il proprio lavoro e sé stessi: lo status di felicità cui miriamo sarà quindi uno status esteriore ma anche interiore, e sarà incardinato su una nuova padronanza dei linguaggi che adoperiamo nella vita di ogni giorno.

Linguaggi al plurale, perché se la felicità è una, inconfondibile quando finalmente la si tocca, le vie per arrivarci – lavorative e linguistiche – sono tante quanti sono gli individui, e in particolare quegli speciali individui che sono gli scrittori.

Lavoreremo con la letteratura e non solo. Lavoreremo con opere italiane contemporanee perché avremo bisogno di parole che siano piene, radicate nella nostra lingua madre; ma lo faremo anche perché la letteratura italiana ha fama di essere noiosa (basterebbe il libro di Levi per smentire) e perché è quella che conosco meglio. Ma avrò l’accortezza di affiancare ai testi italiani (più qualche guest star che non mancherà) opere figurative e cinematografiche di altra provenienza. Avremo tempo per il nostro lavoro sul lavoro, ma conto che non ci sarà il tempo per annoiarsi.

Domenico Scarpa

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